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Vini dell’Etna: potenza che esplode in eleganza!

L’Etna non è solo il vulcano attivo più alto d’Europa, con i suoi 3.403 metri di altezza, ma anche un mosaico di contrasti, dove la forza primordiale del fuoco incontra la delicatezza della vite.

In questo paesaggio lunare punteggiato da crateri, antichi palmenti e muretti a secco, nascono alcuni dei vini più affascinanti d’Italia. La viticoltura sull’Etna è una sfida quotidiana. I vigneti si inerpicano tra i 400 e i 1.100 metri sul livello del mare, disposti su terrazze costruite pietra su pietra, spesso in condizioni eroiche. I suoli sono un caleidoscopio di materiali vulcanici: sabbie nere, lapilli, pomici, ceneri, frammenti di lava e inserti di argilla. Ogni colata ha scritto la sua storia nel suolo, dando vita a parcelle uniche, le contrade, capaci di esprimere sfumature differenti anche a pochi metri di distanza.

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È una viticoltura verticale, dove è la natura a dettare tempi e regole. Qui, il terroir non è solo un concetto enologico, ma una forza viva e pulsante, modellata da terremoti, colate laviche e stagioni senza indulgenza. Dopo un’eruzione, possono volerci secoli prima che la vite torni a mettere radici su quel suolo rigenerato dal fuoco. L’Etna è un vulcano che non dorme mai, e i suoi vini portano nel calice questa tensione elettrica, questa potenza trattenuta che esplode in eleganza.

Palmenti: le cattedrali della vinificazione etnea

Per comprendere davvero l’anima del vino etneo bisogna varcare la soglia dei palmenti. Veri e propri monumenti contadini in pietra lavica, costruiti tra il XVII e il XIX secolo, rappresentano l’archeologia del vino dell’Etna. Qui, a pochi metri dalle vigne, si pigiava l’uva a piedi nudi e si vinificava sfruttando solo la forza di gravità. Le vasche disposte a livelli, i canali scavati nella pietra lavica, i gesti tramandati a voce: tutto parlava di comunità, di ingegno antico, di una ritualità scolpita nel tempo.

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Il mosto scorreva durante la pigiatura come un rito quasi sacro, accompagnato dal canto dei santi per contare le brocche versate. Il palmento era insieme cantina, luogo di lavoro e di festa, memoria vivente di una civiltà agricola che oggi viene riscoperta e valorizzata da chi, come Tascante, ne rispetta l’eredità.

Tascante: il progetto etneo della famiglia Tasca d’Almerita

Fondata nel 1830, la famiglia Tasca d’Almerita rappresenta una delle più nobili e longeve realtà vitivinicole italiane. Dopo aver scritto la storia del vino a Regaleali e nelle altre tenute siciliane, nel 2007 i Tasca approdano sull’Etna con un progetto ambizioso: Tascante, fusione di «Tasca» ed «Etna». L’obiettivo è quello d’interpretare al meglio il potenziale del Nerello Mascalese e del Carricante, esaltando l’identità di ogni singola contrada. Oggi, la tenuta si estende per circa 25 ettari sul versante nord del vulcano, tra Randazzo e Castiglione di Sicilia, tra i 550 e i 790 metri di altitudine. Un mosaico di terrazzamenti spettacolari, sostenuti da antichi muretti a secco, dove la vite cresce in equilibrio con la pietra e l’aria sottile di montagna.

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La vocazione pedoclimatica della zona è straordinaria: i suoli sono ricchissimi di minerali, frutto di secoli di attività vulcanica; le forti escursioni termiche tra giorno e notte regalano profumi intensi e una maturazione lenta e armoniosa. L’aria fresca che arriva dai monti Nebrodi e la brezza marina che sale dal mare creano un microclima unico, capace di mantenere l’acidità naturale delle uve e garantire una sorprendente longevità ai vini.

Vitigni autoctoni, approccio sartoriale

A Tascante, il re indiscusso è il Nerello Mascalese, un vitigno elegante e vibrante, spesso accostato al Pinot Nero per la sua trasparenza, il tannino fine e la straordinaria capacità di riflettere il territorio. L’affinamento avviene esclusivamente in botti grandi di rovere di Slavonia, un legno discreto, che rispetta e accompagna il carattere del vitigno senza sovrastarlo. Tra i bianchi, a dominare è il Carricante, varietà che dona vini tesi, salini, segnati da note agrumate e da una spinta minerale che sembra emergere dalle viscere stesse del vulcano. Ogni etichetta è il racconto di un luogo: per questo Tascante vinifica separatamente le sue contrade, nel pieno rispetto dell’identità di ciascuna.

Le contrade: voci diverse di uno stesso vulcano

Le contrade dell’Etna rappresentano un universo di sfumature straordinarie, ed è proprio da questo mosaico vulcanico che nascono i vini di Tascante. L’azienda ha scelto con cura tre aree simboliche sul versante nord dell’Etna, dove il Nerello Mascalese riesce a esprimere tutto il carattere delle sottozone. Contrada Pianodario, situata a Randazzo a 775 metri di altitudine, ospita circa 9 ettari di vigneti di Nerello Mascalese. È un luogo suggestivo, incastonato tra boschi e uliveti, dove si possono ammirare alcuni dei più bei muretti a secco di tutta la zona. La natura qui è aspra e silenziosa, e si riflette nel profilo austero ma profondamente minerale dei vini che ne derivano. In questa contrada si trova il palmento antico, ristrutturato nel 2021, adibito a museo del vino ed alle degustazioni. Poco più a valle, tra Montelaguardia e Passopisciaro, si trova Contrada Sciaranuova (740 m s.l.m.), con 4,9 ettari coltivati sempre a Nerello Mascalese. I vigneti sono circondati da castagneti e ulivi, e includono una preziosa parcella piantata nel 1961, da cui nasce il cru Sciaranuova Vecchie Vigne: un rosso profondo e vibrante, che cattura la memoria della terra. Dal 2017, su mezzo ettaro di questa contrada, è stato impiantato anche del Carricante, dando vita al primo Etna Bianco firmato Tascante: lo Sciaranuova 2022, prodotto in sole 2000 bottiglie, elegante, sapido e longilineo, capace di raccontare l’anima bianca dell’Etna. Infine, Contrada Rampante, sempre a 740 metri tra Solicchiata e Passopisciaro, custodisce 4,28 ettari di Nerello Mascalese. Qui, accanto alle vigne, ha sede la cantina, dove si può vivere l’esperienza del vulcano attraverso la visita guidata, le degustazioni e l’assaggio di piatti locali, immersi in un paesaggio autentico e incontaminato. Il vino di Rampante è forse il più raffinato dei tre, con tannini scolpiti e una trama fine che conquista con discrezione.

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Un futuro da DOCG

Fondata nel 1968, l’Etna DOC è la più antica denominazione della Sicilia. Oggi conta circa 1.100 ettari vitati, 383 viticoltori e 140 cantine; la maggior parte nate o riprese negli ultimi 20 anni. Nel dicembre 2024, è stato ufficialmente avviato l’iter per il riconoscimento della DOCG: un traguardo storico che sancirebbe l’eccellenza di questo territorio e la sua capacità di produrre vini di livello internazionale. Chi visita l’Etna non può non restare colpito dalle piramidi in pietra lavica, misteriose costruzioni che punteggiano i vigneti come sentinelle di un passato arcaico. Non può ignorare il silenzio interrotto solo dal vento o dal tuono profondo del vulcano. E chi assaggia i vini dell’Etna, specie quelli di Tascante, percepisce qualcosa di profondo, primordiale: l’eco della lava, la memoria della cenere, la voce dell’uomo che ha imparato a convivere col fuoco per trasformarlo in bellezza. Perché l’Etna, come i suoi vini, non si conquista. Si ascolta!

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